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Il sarto


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Mio cugino Pasqualino: “Da grande faccio il sarto!”
La cosa non si aggiustò subito. Per qualche giorno i pensieri personali di ciascun membro della famiglia, riguardo alle parole di Pasqualino, se ne andarono ognuno per conto proprio. Alcuni di essi furono ispirati dalla tradizione, altri dalla modernità. Gli over cinquanta se lo immaginarono subito dentro una tipica bottega da sarto, di quelle sempre più rare, che quando i turisti di città passano tra le silenziose stradine dei paesini del Sud non afferrano subito quale prodigio si stia compiendo oltre quella vetrine con telaio di legno.
L’immaginazione della sottoscritta, di mia sorella e della nostra giovane e rampante zia Rosa, benché cresciute anche noi nello stesso paesino di Pasqualino, volò invece verso un più moderno concetto di sarto: “Pasqualino vuole diventare un famoso e raffinato stilista!” La cosa si aggiustò quando Pasqualino, non più di un mese dopo, finita la scuola dell’obbligo disse una domenica di primo luglio a tutta la famiglia riunita per il pranzo della domenica: “Lascio la scuola! Basta con lo studio! Il signor Vincenzo ha detto che, se comincio subito, forse per Natale mi comincia pure a pagare la settimana, basta che imparo almeno a dare i primi punti ai vestiti” A quel punto zia Rosa, stizzita, si rese conto di aver fantasticato fuori luogo sul futuro di Pasqualino. Da stilista a sarto di paese! Aggiustandosi la spallina del vestito estivo che giustamente lasciava cadere di continuo, (come prevedeva la moda di quella lontana estate del 1987 in memoria dell’episodio accaduto nel precedente festival di Sanremo alla cantante inglese Patsy Kensit) così acidamente la zia si manifesto ai commensali: “Oh Pasqualino, pensavo che Vincenzo ti avrebbe cominciato a pagare per Pasqua!”
Addio quindi allo stilista da parte di alcuni di noi e al contrario un benvenuto a “Pasqualino il sarto”, che infatti si beccò una pacca di gradimento sulle spalle da nonno Gaetano che il mestiere del sarto, sotto sotto, lo aveva affascinato sin da giovane se come ricordo, nonostante l’indole taciturna e la semplicità contadina, qualcosa da dire o da ridire sugli abiti della nonna ce l’aveva sempre.

Vent'anni dopo
Guardo nella penombra il mio vestito da sposa. Ieri l’ultima prova nell’atelier di Reggio Calabria. Stasera appeso nella mia stanza. Domani dovrò indossarlo per il mio matrimonio. Però mi sembra che sia un po’ troppo corto sul davanti e il décolleté si unisce al retro della gonna con un leggero rigonfiamento. Proprio quei particolari che discutendone nell’atelier si era deciso di eliminare rispetto al modello base, così da rendere l’abito più conforme agli accessori e all’acconciatura che avevo scelto. Pure il tessuto ha una sfumatura crema diversa che certamente stonerà con il colore delle scarpe! Ma certo, questo non è il vestito che ho indossato ieri durante l’ultima prova, è un altro. Continuo a piagnucolare nella mia stanza, sperando che da qualche parte ci sia ancora l’altro, quello vero!
Non credo ai fantasmi e quindi comincio le indagini, mi dirigo verso la camera di mia madre e mentre attraverso il salotto l’enigma è già sciolto. A nonno Gaetano, con tutto il sole che ha preso nella sua vita, gli occhi da qualche anno si sono come chiusi e forse un poco pure il cervello se è vero che non riesce a mantenere più un segreto. Colui che gli amici chiamavano “la tomba” mi svela il mistero quasi rimproverandomi: “E c’era bisogno di andare a spendere tutti quei soldi, col sarto dentro casa?!”

Pasqualino, vi ricordo, non è diventato stilista e inoltre confeziona solo abiti per uomo. Certo è bravino, con la sua botteguccia e i suoi clienti, alcuni persino under cinquanta!
“Pasqualino caro, il mio vestito da sposa sarà disegnato da uno stilista e cucito da una sarta per abiti da sposa!”, questo quanto gli avevo risposto quando sei mesi prima si era offerto di cucirmi l’abito da sposa. Non avevo proprio resistito dalla voglia di vendicarmi di quel mese di giugno di vent'anni prima quando ancora dodicenne avevo ingenuamente fantasticato su un cugino che dopo aver studiato in qualche accademia di moda avrebbe portato in alto il nome di tutta la famiglia!, e invece...
Insomma: domani sarò costretta a indossare l'abito da sposa cucito da Pasqualino. Questa la vendetta che ha organizzato alla sottoscritta, incapace di riconoscere in lui un genio incompreso. Un genio, debbo ammetterlo, in grado di vedere il mio abito da sposa su di una rivista, (che due mesi prima gli avevo incoscientemente mostrato in una delle domeniche di famiglia) per poi riprodurlo praticamente identico senza avere il modello a disposizione!!

Il giorno dopo
Entro in chiesa con l’abito, l’altro! Non l’altro l’altro! L’altro che Pasqualino mi ha messo in camera. Del sarto di famiglia e dell’abito originale ancora nessuna traccia.
Finisce la funzione. Appena firmato, il sacerdote mi invita a seguirlo in sagrestia. Oltre a me e a nonno Gaetano che tiene gli occhi ancora più chiusi del solito e la bocca di nuovo serrata a tomba, nessuno sa dell’accaduto. Nella stanza piena di paramenti e dintorni c’è anche Pasqualino. Sto per strangolarlo quando tra lui e me si frappone, prontamente messo nel mezzo dal previdente sacerdote (complice dell’epilogo), il mio vestito da sposa originale. Prima che gli invitati, e mio marito soprattutto, si insospettiscano, il paziente sacerdote, tenendo gli occhi chiusi come nonno Gaetano, riesce ad aiutare Pasqualino a sfilarmi il secondo vestito, o meglio il primo in ordine di passerella per i parenti, e infilarmi diciamo l’altro, quello vero!
Pasqualino è orgoglioso del suo capolavoro. “Nessuno si è accorto del cambio, nemmeno zia Rosa”, mi dice con aria di sfida. No, nessuno Pasqualino… “il sarto dentro casa”! Nessuno saprà mai questa storia, questo è certo.

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