Racconti Comici:

Ansia


ansia
Quando dissi: “Manuela, sposiamoci!”, pensavo di aver fatto un passo
importante, fondamentale nella mia vita, ma certo non immaginavo cosa, di lì a poco, si sarebbe scatenato.
Lei mi abbracciò commossa, poi, dopo una mezzora in cui a ogni inizio di “organizzazione” lei ricominciava a piangere, ci facemmo prestare una penna e un foglio dal cameriere del “nostro” ristorante e cominciammo a buttare giù una lista di cose da fare per cominciare a “organizzare” il nostro matrimonio. Dovete sapere che io, per mestiere, organizzo riprese cinematografiche, teoricamente abituato a gestire situazioni complicate, ma la lista delle cose da fare che comparve davanti ai miei occhi quella sera avrebbe fatto impallidire la produzione di un colossal americano. In più, tutta questa furiosa baraonda doveva svolgersi IN UN SOLO GIORNO!!! Lo confesso, ci prese un’angoscia, un’ansia da prestazione (lo so, “ansia da prestazione” sembra non essere la frase giusta, ma la confusione mentale e il senso di inadeguatezza erano identici!!!) che quella sera, guardandoci negli occhi, decidemmo di lasciar perdere. Purtroppo la cosa non migliorò nei giorni a seguire, anzi, peggiorò quando, con un blitz domenicale, “fermammo” la chiesa per una data da lì a sei mesi. Non parlavamo d’altro. Le mamme, le zie, i parenti tutti e gli amici peggioravano questa sensazione di “urgenza” che già sentivamo per conto nostro; e la lista di nozze, e il ristorante, e l’abito per lei e l’abito per me e le fedi e il viaggio di nozze e la macchina per lei e i confetti e le bomboniere e poi non il ristorante ma, forse, meglio una villa in affitto, poi forse però come si mangia col catering e poi ilfotografoeilvideoevuoiipaggettiperleiole damigelleenonsaròridicolaconl’abitobiancomegliopannaoppurelalistadinozzelafacciamoinunaagenzia….
La sera del fattaccio era partita già male, con una discussione sul sacerdote che doveva officiare la cerimonia e io che, secondo lei, non partecipavo con la dovuta concentrazione al discorso. Io dissi semplicemente: “Ma cosa te ne frega di quale prete ci sposa!”, lei mi guardò come se le avessi detto che tenevo famiglia e, incredibile, mi diede un pugno sul naso. Un pugno! Non uno schiaffo, da donna offesa o da fidanzata isterica, ma un vero cazzottone da camionista, una pigna in faccia che mi “tumefece” il naso facendo uscire subito copiosissimo sangue! “Ba ghe sei sceba!! Aioiaioddiocheddolore!” Lei impassibile, con lo sguardo della mamma di Profondo Rosso appoggiata al quadro. Apre lo sportello e se ne và. Poi torna indietro, riapre lo sportello e dice “Annullato tutto. Non ti voglio più vedere.” Chiude la portiera. La riapre: “Stronzo!”. Richiude la portiera. Dà un calcio allo sportello. Ho abbassato il finestrino e ho ruggito: “Don dare calci alla bia bacchina, psicopatica!” Dire “psicopatica” quando ti hanno rotto il naso è una delle cose più dolorose che un uomo possa provare dopo la chiusura della pelle de… nella lampo dei pantaloni, sappiatelo!
Dopo essermi sciacquato a una fontanella, vagai in macchina per le strade di Roma in stato confusionale, maledicendo lei e tutta la sua famiglia, me e quando gli avevo chiesto di sposarmi, mentre il naso ormai era diventato tale e quale a una melanzana appesa alle mie sopracciglia. Arrivai a casa verso l’una di notte, parcheggiai e mi avviai verso il portone, continuando a parlare da solo e mimando col braccio, drammaticamente in ritardo, la mossa con cui avrei potuto parare il gancio destro della mia ex-futura moglie. Sotto il mio portone, una piccola folla. I miei, i suoi, mio fratello e mia sorella, suo fratello… Lei. Mi fermo, a distanza di sicurezza. (Non si sa mai, potevano essersi messi d’accordo per finirmi!) Vidi mio fratello parlottare brevemente con mia madre e il padre di lei e poi avvicinarsi. A una decina di passi di distanza già rideva. “Ma guarda come t’ha ridotto! Una donna!.... A Rocky Balboa, là c’è Mike Tyson che piange… Che vogliamo fare? è disperata… Gli dispiace tanto…”. Tutto questo discorso me lo fece praticamente scompisciandosi dalle risate, io provai a mantenere il punto e con voce offesa dissi: “Do! Don se de barla! Per be può acche addare a borire abbazzada!” Mio fratello a quel punto si rotolava per terra senza ritegno, ridendo di gusto come non lo vedevo da anni, allora mi resi conto dell’assurdità della situazione, e cominciai a ridere, alternando le risate a lamenti di dolore.
Il piccolo corteo familiare si avvicinò compatto, tranne lei, che si teneva un paio di metri indietro, forse per sicurezza, forse perché prendendo un po’ di rincorsa avrebbe potuto darmi un’altra bella stecca in faccia, chissà… Piangeva a dirotto, si copriva il volto con le mani, io andai verso di lei spostando mia madre, suo padre, tutti quelli che volevano parlarmi e arrivai da lei che ancora ridevo. “Abore bio, ba c’hai un destro bicidiale!” Lei piangeva come una fontana, mi abbracciò forte parlandomi con la bocca affondata nel mio maglione, per cui quello che ci dicemmo - tra nasi rotti, lacrime, bocche mezze attappate - in realtà non lo capimmo assolutamente, né noi, né la piccola folla intorno, commossa come davanti a un romantico film in lingua Swaili. Facemmo pace, comunque.
Il giorno dopo, insieme ai nostri genitori, andammo, consigliati da un amico di mio padre, da un Wedding Planner, un organizzatore di matrimoni professionista, al quale demandammo tutta l’organizzazione dell’evento, e mai scelta fu più azzeccata, perché da quel momento diventò il nostro consigliere, il nostro punto di riferimento, colui che aveva una risposta per tutto, colui che ci mise a disposizione la sua esperienza e la sua rete di professionisti e ci fece arrivare al fatidico giorno senza ansie, patemi, litigi… Ancora oggi, a due anni di distanza, mio fratello non perde occasione per prendermi in giro, chiama mia moglie “Million dollar baby” e insiste fastidiosamente sul perché il nostro primogenito si chiami Primo, come Primo Carnera, il famoso pugile.

Matrimonio Arte Consiglia: