Racconti Comici:

Il dito nella Torta


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“Quando c'era lui”. “Allora sì che...”. “Mi ricordo quella volta quando...
” Il mio “quella volta” fu una domenica di fine campionato di calcio, derby/scudetto nella nostra città. E non aggiungo altro. Ero ancora piuttosto giovane, ma già chef di una brigata di cucina composta da ragazzi ancora più giovani di me, ahimé molto appassionati di calcio. Iniziai la preparazione per i 180 invitati del pranzo di nozze da servire intorno alle 13,30 di una tiepida giornata di primavera. La partita sarebbe iniziata alle 15,00 e tutti i miei collaboratori avrebbero dato la falange di un dito, magari sperando in un seppur improbabile ricrescita della stessa, pur di....indovinate cosa?
Debbo dire che quella mattina i ragazzi, (ma giovane lo ero anch'io!), diedero davvero il meglio di loro stessi.
Al mattino uno dei miei quattro cuochi, Luca, cosa mai accaduta prima, lo trovai addirittura seduto davanti alla sala ristorante ancora chiusa! L'ultima volta che avevo visto cose del genere era stato a Rimini quando da adolescenti, per imparare il lavoro di cuoco, si facevano le stagioni estive e la sera si faceva così tardi in discoteca che, invece di andare a dormire, si preferiva aspettare direttamente che al mattino il ristorante dove lavoravamo aprisse per l'inizio della preparazione per il pranzo dei turisti... Ma torniamo a noi. Luca, a differenza di noi a Rimini, era pimpantissimo e, mentre io controllavo che tutto fosse in ordine, lui già tirava fuori dalla cella frigorifera le verdure, tenendo in bilico sulla testa una cassa di zucchine, sulle braccia tese tre casse di pomodori, nella tasca sinistra dei pantaloni un mazzo di carote mentre dalla destra penzolava un mazzo di sedano. Ovviamente aveva trasformato il grembiule in una sacca che aveva riempito di funghi: nemmeno li avesse trovati nel bosco in un giorno in cui aveva dimenticato di portare con sé il cestino di vimini.
Ah! Vi ricordo che il giovane Luca era, già allora, un aspirante capo-ultràs delle tifoserie calcistiche!
Quanto a velocità nella preparazione gli altri non furono da meno. Lo stesso Giorgio, estremo negativo della performance generale della giornata , in quel memorabile mattino disossò 90 piccioni, sfilettò 180 orate e alla fine diede pure una mano allo chef pasticcere.
Vi lascio immaginare cosa riuscirono a fare gli altri. Anche perché non voglio certo redigere una relazione per far entrare quei farabutti nel guinness dei primati. Tutt'altro!! Alle 13,20 tutto era già pronto. Certo mancava da svolgere ancora il servizio e le annesse cotture espresse, ma questo, quando ci sono 180 clienti in sala che mangiano un menù già concordato e cinque cuochi in cucina, può anche diventare una passeggiata. Per il sottoscritto si sarebbe trasformata in una maratona.
vero che a Luca e Marcello avevo promesso che alle 14,00 li avrei lasciati liberi per raggiungere lo stadio, ma non avevo previsto la finta colica di Saverio e nemmeno la terza improvvisa morte (nella stessa vita) della nonna di Giorgio. Dalla cucina erano usciti appena gli antipasti, quando rimasi solo con il lavapiatti e 180 persone affamate oltre la porta.
Non sono mai stato un eroe e infatti... mi persi d'animo! Il lavapiatti cercò di consolarmi e al contempo di commuovermi circa le sorti nefaste dei quattro accaniti tifosi, per quanto mi riguardava già “ex cuochi”, se avessi raccontato tutto al direttore. Sono un buono, come si dice in questi casi, e tentai il tutto per tutto.
Permisi solo al fidatissimo maître di sala di entrare in cucina a prendere i piatti che via via preparavo, per non far diffondere la notizia della fuga dei cuochi tra i camerieri, che sicuramente avrebbero spifferato tutto. a tutti noto, o almeno credo, il continuo sfottò e la rivalità tra chi opera in sala e chi in cucina.
Gli antipasti, come dicevo, per fortuna già erano pronti, ma quindici chili di risotto allo champagne erano appena entrati in cottura dentro tre pentoloni e quelli, mentre il lavapiatti assemblava la salsa di pesce per i tagliolini allo scoglio, erano tutti per me. “Io cucino solo risotti di qualità, quelli che se non ci sai fare rischiano di scuocere; e soprattutto li cucino al momento, altro che precotture in forno stile pilaf”. Questo avevo detto al direttore cinque anni prima, al momento della mia assunzione, per mettere in chiaro il mio livello di professionalità. E ora ce li avevo tutti sul fuoco i miei 15 chili di quel riso “vialone nano”, mitico certo, ma che se lo vuoi croccante e cremoso nel piatto, diciamo che ci devi credere fino in fondo, come in una gara a ostacoli di quelle che fai nei sogni, dove chissà perché, gli ostacoli successivi, mentre procedi nella corsa, diventano sempre più alti. Mentre con la mano sinistra aprivo le bottiglie di champagne da versare dentro al momento giusto, la destra era sempre più rigida, al punto che, opportunamente protetta, l'avrei potuta trasformare in paletta da immergere direttamente nel riso, che incredibilmente però cominciava a somigliare a un vero risotto.
Con gli occhi coperti di sudore, avevo appena percepito un qualcosa di variopinto alle mie spalle, ma il mio inconscio l'aveva tradotto in una semplice allucinazione da rimuovere. Finito di girare il riso, cercando di ricordare dove mi trovavo, mentre maître e lavapiatti impiattavano la mia opera d'arte, mi voltai. Una bambina di dieci anni, damigella della sposa, sicuramente di poco appetito e sfuggita al controllo dei genitori come spesso succede nei matrimoni, mi guardava tra i fiocchetti colorati che le scendevano dalla coroncina posata sulla testa, come estasiata. “Lei è bravo signore. Io da grande faccio la cuoca!” “Brava vuoi fare la cuoca!” Che mostro, mi dico adesso, ma allora mi volli illudere che le stessi facendo del bene. “Allora piccola, vieni che ti faccio vedere”. Sfruttamento minorile, sequestro di minore? Non so di quanti reati mi macchiai in una sola volta. “Mentre io manteco il primo di pesce, tu metti sulle teglie quei filetti di spigole; mi raccomando, apri bene sopra ognuna di loro un fiore di zucca, ma senza romperlo, se no che cuoca sarai da grande!?” Lavapiatti e maître tacquero, dimentichi del fatto che da tre soggetti in su, in combutta tra loro, per il diritto penale scatta l'associazione a delinquere. Reato che spesso porta in galera.
“Come ti chiami piccina?” “Mi chiamo Martina” “E vai a scuola alla mattina!” La bambina era meno ipnotizzata dal sottoscritto di quanto credessi. Mi diede un'occhiata come a dire: “Le pare il momento di fare queste battute?”. Ah, le donne! Valle a capire! Pensai allora. Le donne, sì... avevo davanti circa trentacinque chili di bontà e buonsenso che stavano salvando il buon nome dell'hotel e facevo anche le rime tra Martina e mattina!
Per fortuna il sorbetto al limone, tra pesce e successivo mezzo piccione farcito ai porcini con contorno di patate duchesse, lo servivano i camerieri direttamente in sala. Ebbi così tre secondi per riflettere. C'erano ancora da tagliare a metà per il lato lungo 90 piccioni, il lavapiatti era tornato davanti al lavello perché nella cucina cominciavano a tornare i 360 piatti dei primi da lavare e il maître era corso a fare rifornimento di vino che... andava via come l'acqua. Ancora oggi Mario me lo ricordo più per questa frase sul vino, che finisce in fretta, che per il miracolo che insieme a me compì quel mattino. Quella frase l'avrà ripetuta un milione di volte!
“Vieni, infila il guanto di maglia di ferro Martina, è quello dei cavalieri, sai?” La bambina, di fronte allo spettacolo della sua manina da me protetta con quel guanto che si usa in cucina per proteggere la mano quando, ad esempio, si spaccano le ossa, sembrò ritrovare l'innocente aspetto di una bimba della sua età nel paese delle meraviglie.
“Ora taglia questi piccioni!”. Ero un poco preoccupato, il coltello più corto che potevo darle per svolgere bene quella operazione era un 25 cm. Più di metà del suo braccino, in pratica. Al decimo piccione il taglio era quasi perfetto, e io che nel frattempo tiravo fuori dal forno le patate duchesse bollenti, ero ormai quasi salvo. Non ho mai visto uno chef permettere a chiunque, proprietario del locale compreso, di mettere il dito nella torta degli sposi prima che questi facessero il primo taglio mano nella mano.
Martina, unica sul pianeta, ebbe questo privilegio…Chissà perché!?

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