La messa del Matrimonio


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La prima parte del rito del matrimonio, paradossalmente, costituisce un rito non religioso. Si potrebbe dire laico, o – meglio ancora – tradizionale. Si tratta infatti dell’ingresso della sposa in chiesa. E' anche il momento in cui tutti gli invitati, finalmente, si decidono a entrare in chiesa. La tradizione non prevede un ingresso ufficiale dello sposo, ma i fotografi ormai solennizzano anche questo. Dunque lo

sposo può entrare, in genere a chiesa semivuota, con la mamma e farsi fotografare da solo con lei davanti  all’altare. Quando arriva la sposa, tutti entrano e, per ultima, entra lei, accompagnata in genere dal padre. E' anche il momento del suono della prima musica liturgica, normalmente la Marcia Nuziale. La sposa percorre, col padre alla sua sinistra, la navata centrale della chiesa. Lo sposo la attende al suo posto, in genere accanto al sacerdote, e quando lei arriva, prima ringrazia il padre di avergliela “ceduta” (con una normale stretta di mano), poi la sposa bacia il padre, separandosi da lui, poi si baciano i due e si recano al posto assegnato, la sposa a sinistra e lo sposo a destra. Attenzione, perché se la sposa ha un velo che le copre il volto, lo sposo deve prima di tutto alzarglielo. Questo gesto lo deve fare lo sposo, non il padre. I due stanno in piedi nell’attesa dell’inizio della celebrazione.
 
La Messa del matrimonio inizia ovviamente con il segno della croce e il saluto liturgico. Se, come è auspicabile, i due hanno preparato un libretto, il sacerdote invita i presenti a usarlo, avendolo avanti, per partecipare il meglio possibile. La prima parte del rito prevede la memoria del Battesimo. Infatti il matrimonio cristiano ha senso se i due sono battezzati. Non solo, ma il Battesimo, primo sacramento, ha un suo naturale sviluppo negli altri sacramenti, non solo la Comunione e la Cresima, ma il Matrimonio o l’Ordine sacro, per chi sceglie di essere sacerdote. Al tempo stesso, è impensabile che due battezzati non si sposino davanti a Dio. La fede donata col Battesimo, a meno che non sia stata esplicitamente rinnegata, non può che continuare a vivere con un’unione benedetta da Dio.
Questa memoria del Battesimo è breve. Il prete celebrante pronuncia tre formule, che sono tre invocazioni alla Trinità, al Padre, al Figlio, allo Spirito Santo. A tutte e tre si risponde: NOI TI LODIAMO E TI RENDIAMO GRAZIE.
Dopo questo dialogo, il prete prende un secchiello di acqua benedetta e passa a benedire prima gli sposi, poi i testimoni, poi via via i presenti lungo la navata della chiesa. Raggiunti dall’acqua benedetta, i presenti si fanno il segno della croce. Avviene dunque qualcosa di molto simile a ciò che avvenne il giorno del Battesimo.
Subito dopo, il sacerdote conclude con l’orazione “colletta”, che (dal latino colligere=raccogliere) ha il senso di raccogliere tutte le preghiere dei presenti e di presentarle al Signore.
 
Dopo l’orazione colletta (o orazione iniziale) inizia la liturgia della Parola. il momento in cui nella Messa vengono proclamate le letture. Normalmente vengono tratte la prima dall’Antico Testamento (seguita da un salmo in forma responsoriale, che fa tutt’uno con la lettura), la seconda da una delle lettere del Nuovo Testamento, infine il Vangelo. Solo quest’ultimo è proclamato dal sacerdote, le altre è auspicabile che siano proclamate o dagli sposi stessi (cosa non impossibile, se c’è almeno un minimo di abitudine) o dai testimoni o da altri amici presenti. La proclamazione delle letture dev’essere fatta con voce chiara, non troppo recitativa (non siamo a teatro), con passo lento (l’emozione in genere fa andare veloci), e con conoscenza del brano che si legge. Perciò occorre assolutamente pensare in tempo ai lettori, scegliendo se possibile tra persone credenti e abbastanza praticanti, nonché consapevoli di quel che fanno. Non si va infatti a leggere una cosa qualunque, ma quella “cosa” che chiamiamo Parola di Dio, perché crediamo che venendo dalla Bibbia, è davvero parola ispirata da Dio. opportuno inoltre mandare i lettori dieci minuti prima dell’inizio dal sacerdote celebrante, perché provino la posizione da assumere, la giusta intonazione o chiariscano eventuali parole difficili. ancor più opportuno che i lettori, mostrandosi a tutti e svolgendo una sacra funzione, siano vestiti con decenza.
Le letture si traggono normalmente da un “corpo” di letture prescelte, che si trovano anche su questo sito. Dopo averne scelte alcune, è bene consigliarsi col sacerdote celebrante, magari inviandogliele via mail, cosicché dia il suo parere. Si possono scegliere solo letture dalla Bibbia, non da altri libri. Brani piacevoli, ben scritti e di forte contenuto, ma non tratti dalla Bibbia, non possono essere letti in chiesa. Si possono al limite mettere in fondo al libretto perché tutti li possano leggere personalmente, ma devono essere brani che parlano di Dio, anche provenienti da altre religioni, ma di contenuto sacro.
Una parola va detta anche sulle musiche. Sarebbe bene che ci fossero anche canti e che ci fosse un coro a cantarli. Ma ciò è molto difficile. Le musiche devono comunque essere sacre, non certo di autori profani, neanche se parlano di Dio. Questo è ovvio: non risulta che ad alcun concerto in piazza si cantino d’altronde canti liturgici. Ci può essere un singolo cantore. La consuetudine di cantare l’Ave Maria di Schubert è bella, ma occorre sceglierla pensando che parla della Madonna, non solo perché é orecchiabile. Ci sono d’altronde canti molto belli, anche non lirici, che possono essere cantati da un singolo cantore.
Dopo la lettura del Vangelo, il sacerdote tiene l’omelia.
Saltando poi alla preghiera dei fedeli, valgono le stesse regole di lettura sopra dette. Le preghiere devono essere brevi e chiare. Composte da qualche amico consapevole di ciò che fa, oppure tratte dal rituale del matrimonio. Devono rispettare la forma dell’invocazione e concludersi tutte con la formula “preghiamo”, cui si risponde “Ascoltaci Signore”. Non devono essere prediche alternative, letterine romantiche, considerazioni personali nelle quali mai si citi il nome di Dio e devono riguardare gli sposi o le famiglie (per evitare la nota scena del film di Verdone “Viaggi di nozze”).
 
La parte centrale della Messa è la liturgia del matrimonio. Essa prende corpo subito dopo l’omelia del sacerdote. Consta di tre parti:
• le tre domande del sacerdote agli sposi. La prima riguarda la libertà del consenso, la seconda la fedeltà e l’indissolubilità del matrimonio, la terza il “bonum prolis”, ovvero la disponibilità a essere genitori. Si risponde con un semplice sì, detto insieme, guardando il sacerdote. Di questi beni essenziali del matrimonio, in mancanza dei quali il matrimonio è nullo, gli sposi dovrebbero essere già consapevoli grazie al corso di preparazione
• lo scambio del consenso. I due si danno la mano destra e dicono le note parole, prima lui a lei, poi viceversa, che riguardano la volontà di accogliersi per tutta la vita. Queste parole si possono leggere o dire a memoria, ma poiché l’emozione gioca brutti scherzi, è meglio leggerle. Il nuovo rito ha sostituito al verbo “prendere” il verbo “accogliere”. Non si dice più: io ti prendo come mai sposa.... ma: io ti accolgo. Il significato ovviamente cambia un po’ ma la sostanza è la stessa: ognuno riceve l’altro come un dono e non come un possesso su cui ha dei diritti. Inoltre il rito ha aggiunto: con la grazia di Cristo. Si vuole infatti sottolineare che solo l’aiuto del Signore permette di riconoscere nell’altro un dono e di mantenerlo come tale, anche quando appare più un peso che una gratificazione. Si vuol dire insomma che solo la fede permette di cavalcare acque agitate, e non la resistenza psicologica. Di questa semplice verità si vedono ogni giorno le conferme, nel bene e nel male. C’è da aggiungere che queste parole reciproche potrebbero essere sostituite da una domanda diretta dal sacerdote agli sposi, alla quale i due si limitano a rispondere SI. Ma è prassi comune ormai scegliere la formula del consenso diretta.
• lo scambio degli anelli. Si chiamano “fedi” perché esprimono la fiducia reciproca degli sposi. Chi la porta visibilmente, come ci si augura fino alla morte, mostra che ha riposto la sua fiducia in un altro e che ha accettato di dipendere da lui/lei. Nel mondo romano gli anelli non li portavano i nobili ma gli schiavi, proprio come segno di sottomissione sul proprio corpo. Questo significato è passato nel sacramento ed è molto bello: io dell’altro non sono padrone ma servo. Senza servilismi ma con amore. L’amore infatti è servizio generoso per tutta la vita. Gli anelli in genere ormai li porta un bambino, al momento opportuno. Questo va bene purché non diventi una passerella ridicola. Spetta comunque al sacerdote decidere la cosa, non obbligatoria, per cui gli anelli potrebbero essere già sull’inginocchiatoio.
Il sacerdote conclude con una preghiera questa parte del rito, dopo la quale tutti si siedono e si passa alla liturgia delle offerte
 
La liturgia eucaristica si chiama così per il nome “eucarestia”, che significa “azione di grazie”. Tutto ciò che avviene a partire da questo momento fino al Padre Nostro ha il sapore di un ringraziamento a Dio, nelle parole e nei gesti. Nella Messa del matrimonio, ovviamente, la riconoscenza è tutta per il dono di una nuova famiglia, appena costituita (i due, infatti, diventano sposi – se proprio vogliamo essere precisi – solo dal momento in cui pronunciano le parole “io ti accolgo”). Gli sposi, e i presenti, partecipano seduti alla prima parte, durante la quale il sacerdote innalza al cielo e offre il pane e il vino. Si alzano in piedi al momento della preghiera sulle offerte, fino al canto (o alla recita) del “Santo santo santo”. Si inginocchiano subito dopo, quando il sacerdote impone con evidenza le sue mani sul pane e sul vino appena presentati a Dio e pronuncia le parole stesse di Gesù, riportate dai Vangeli, per mezzo delle quali si attua la trasformazione del pane in corpo di Cristo e del vino in sangue di Cristo. La fede cattolica ci dice che sono corpo e sangue divini, presenti sull’altare non solo per la fede ma realmente. Ovvero non sono veramente così solo per chi crede, ma lo sono realmente e sostanzialmente anche per chi non crede. La fede infatti indica a credere realtà oggettive, anche se coperte da mistero, e non magie fantasiose, che sarebbero evidenti solo per pochi iniziati. La preghiera eucaristica continua ancora per qualche minuto, dopo la consacrazione, e gli sposi possono rimanere in ginocchio o alzarsi in piedi. Con la speranza (talora vana) che il fotografo si calmi un pochino almeno durante questi momenti, è bene che i due si concentrino, anche se emozionati e deboli, perché dal loro atteggiamento composto, anche nel corpo, dipende in gran parte il conseguente atteggiamento della gente che sta dietro (oltre che dal carisma del sacerdote celebrante).
Alla preghiera eucaristica segue il Padre Nostro e, subito dopo, la preghiera di benedizione degli sposi. un momento solenne durante il quale il prete dovrebbe scendere dall’altare, avvicinarsi agli sposi che si inginocchiano, e imporre le sue mani consacrate sul loro capo, recitando solennemente tale benedizione, di cui esistono 3 o 4 formule, che i due avranno già scelto e posto nel libretto. Tale solenne preghiera significa il dono dello Spirito Santo, che viene invocato con particolare enfasi affinché prenda possesso dei due, li santifichi e infonda in loro la saggezza di Dio, perché il matrimonio possa durare e dare molti frutti. A questa solenne preghiera segue l’invocazione di pace e poi l’invito a scambiarsi il segno di pace. Si ricorda che il segno di pace dev’essere sobrio, essenziale, non teatrale. Ci si volta e si va in genere dai testimoni, dai genitori e basta. Ciascuno dei due ha i propri e quelli dell’altro, per cui qualche secondo in più è comprensibile ma non oltre. Sarebbe molto buono che i due si scambiassero la pace solo tra loro (con la speranza che il sacerdote a sua volta non scenda e non cominci a percorrere l’intera navata, vanificando ogni sobrietà).
 
L’invocazione “Agnello di Dio...” inizia la liturgia della Comunione. Il pane e il vino consacrati non rimangono sull’altare ma vengono presi e distribuiti. Anzitutto agli sposi, che vi si accostano in genere in entrambe le specie, ovvero prendono il corpo e bevono il sangue che il prete porge loro (stando in ginocchio). Poi ai presenti che lo desiderano, ma solo il corpo di Cristo. Gli sposi devono essere consapevoli di quel che fanno e per questo è essenziale la preparazione al matrimonio, sia remota con il corso, sia immediata con il prete. Non è necessario che entrambi facciano la Comunione. Se uno dei due non si è voluto confessare prima, attraverso il sacramento, oppure ha dei dubbi o non ha fede (cosa che non impedisce il matrimonio cristiano, che trae in effetti la sua validità dal consenso sui princìpi essenziali della famiglia cristiana, che sono princìpi naturali), ebbene, è meglio che non faccia la Comunione. Se, come è auspicabile, la fanno entrambi, si devono essere preparati, devono credere e devono promettere che la prossima Comunione non sarà al funerale della suocera! (che in genere si auspica a tempi brevi). I presenti saranno esortati dal celebrante ad accostarsi alla Comunione solo se credenti, cattolici, e moralmente sereni quanto al rispetto delle leggi morali essenziali. Le quali, è bene ricordarlo, impediscono di accostarsi a chi è in una situazione di grave peccato e non desidera, né talora può, discostarsi da essa, per una serie di scelte oramai fatte e verso le quali non prova alcun senso di colpa. Questo la Chiesa lo chiede non per punire, ma per curare, affinché il desiderio di accostarsi a Cristo guidi il credente a rimuovere le situazioni che ora gli impediscono di accedere. Dopo la Comunione si fa in genere un breve tempo di silenzio, poi il sacerdote dà la benedizione e congeda l’assemblea.
La lettura degli articoli del Codice civile, motivata dalla validità civile del matrimonio religioso, è opportuna ma non obbligatoria. Il prete la potrebbe fare solo agli sposi e ai testimoni, brevemente, per evitare il malcostume che, una volta data la benedizione, mentre il prete legge la gente cominci a sentirsi libera da vincoli di rispetto e di silenzio. Se comunque la lettura non viene fatta, il matrimonio è ugualmente valido. Si appongono le firme, ricordando che l’eventuale regime di separazione patrimoniale dei beni va scelto al momento e, in mancanza di scelta, si suppone la comunione dei beni. Entrambe peraltro si riferiscono soltanto ai beni acquisiti dopo il matrimonio con un patrimonio che si suppone comune, e non certo ai beni precedenti.
 
Credo di avere descritto tutti i momenti della Messa del matrimonio. Ribadisco che è essenziale prepararla bene, in modo da “saperla” bene in quel giorno e viverla dunque bene. Si spera che un sacerdote amico (che vale solo da testimone, perché i ministri del matrimonio sono gli sposi stessi) venga a celebrare le nozze.
L’uscita dalla chiesa, il riso, gli abbracci e i baci ovviamente non appartengono alla celebrazione religiosa. Le spese che si sostengono per invitare amici e parenti non stanno scritte certo nel Vangelo. Sorprende dunque che ci sia ancora chi dice che il matrimonio religioso “costa troppo” e quello civile di meno. Sono autentiche sciocchezze. Il costo della chiesa a Roma è rigidamente definito dal Vicariato di Roma, per cui se si avessero sospetti sull’esosità di certe chiese, è bene telefonare all’ufficio matrimoni del Vicariato e chiedere conferma. Il vero “costo” del matrimonio è la vita di coppia, che apre una nuova era per gli sposi, anche se precedentemente conviventi. Si spera che sia un costo che si è felici di sostenere, perché sono di più i vantaggi del loro contrario. Ma di questo si parlerà un’altra volta.

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